Domenica 21 ottobre

In ricordo della straordinaria figura di Leo Levi

«Dinosauri diconsi, nel linguaggio della paleontologia, i grossi, goffi e gravi animali che popolavano il mondo antidiluviano». Nonostante le dimensioni esigue, anche l’ebraismo italiano ha avuto i suoi dinosauri. La storia non prevede eccezioni. E’ solo per le dimensioni dei rispettivi reperti paleontologici, che maggioranza e minoranze divergono.
Questo libro è, innanzitutto, una lezione di metodo: un vademecum per la sopravvivenza, una lezione “contro” molte cose, contro molti diffusi comportamenti. Per adoperare le stesse parole dell’autore, di questo anarchico fuorilegge, si potrebbe dire che questo è un manuale di autodifesa contro le “omelie sacre e le proclamazioni verbali”, contro i retori e contro gli “iperintellettuali”.
Era da molti anni che desideravo fossero raccolti gli “scritti civili” di Leo Levi. Sono piuttosto noti i suoi studi etnomusicologici: un’attività che è bene documentata da altri lavori usciti negli anni scorsi, come ci illustra il curatore di questo libro. E’ la sua attività giornalistica ad essere ancora sconosciuta ai più. Un’assurda campagna denigratoria ha messo lui, e non i suoi detrattori, nel Jurassic Park dell’ebraismo italiano del Novecento. Rileggere i suoi articoli procura in me una gioia fanciullesca: qualcosa di simile a quanto è accaduto non molti mesi fa con la riedizione dei diari di Emanuele Artom curati da Guri Schwarz. Sono lavori che anni fa avrei desiderato realizzare io stesso e mi commuove vederli adesso portati a compimento da giovani studiosi come Arturo Marzano, che senza lasciarsi travolgere dalla vis polemica, come tendo a fare io, affrontano temi o personaggi controversi con spirito sereno e al tempo stesso rigoroso, scientifico.
Scorrendo questi saggi innanzitutto colpisce il talento di una scrittura che non è invecchiata. Sbagliavano quanti pensavano che il personaggio-uomo fosse superiore alla sua opera. Il libro ci restituisce una prosa brillante, nella migliore tradizione gobettiana e montiana. Si scorge la vitalità del polemista, ma anche (una vera scoperta) dell’autore di reportages, del recensore, del giornalista, dell’analista politico.
Leo Levi era sotto diverse angolature un personaggio scomodo: osservante di sinistra, critico d’Israele inviso all’establishment, amico di La Pira e di Buber.
Dopo la guerra dei Sei Giorni (1967) e soprattutto dopo la morte di Linda s’accentuò la solitudine di un uomo costretto a combattere contro troppi fronti, in fuga anche da se stesso. In giovinezza era proverbiale la sua vivacità e il suo attivismo gioioso. Il Leo Levi che ho conosciuto, sul finire degli anni Sessanta, non aveva perso l’energia giovanile, ma recava disegnati sul volto i segni della sofferenza e del dolore. Impossibile dimenticare la sua figura ieratica, la sua voce tonante, che lasciava trasparire una profondità e una grande bontà d’animo. Dopo aver riletto il saggio qui raccolto sul dialogo cristiano-musulmano, non esiterei a definire francescano il suo fervore comunitario. Lo attraeva il Francesco che ottenne dal sultano il diritto per i suoi frati di “custodire” il Santo Sepolcro. Questo degli accostamenti mozzafiato, dei legami pericolosi era un elemento centrale del suo stile. Il Levi migliore è quello che non teme di provocare scandalo fra i suoi lettori, e dunque non si trattiene dall’osservare che Francesco d’Assisi a Gerusalemme “è simile a […] rabbi Yochanan Ben-Zakkai” che aveva ottenuto il diritto di ottenere Yavne dopo la disfatta militare del 70 d.C.
Aveva un debole per “i falliti, gli anonimi, gli schivi, gli ambiziosi alla rovescia in questo mondo di sete di potere e di glorie fasulle”. Uno di costoro era per lui Giorgio Voghera, l’autore di Quaderno d’Israele, che ritroviamo in una bella recensione raccolta nel presente volume. Negli ultimi anni della sua vita il richiamo dell’Italia, in particolar modo del Piemonte, deve essere stato molto forte, come dimostrano le intense pagine su Cesare Pavese. In lui, come in altri pionieri sionisti della prima ora, la “nostalgia d’Europa”, che incuriosì Pasolini nel suo viaggio in Israele nel 1964, non era una semplice tenerezza crepuscolare. Pavese non è Gozzano. Per il tormentato rapporto con le donne, e come studioso dei miti, Pavese toccava nell’intimo il Levi antropologo e perlustratore dei meandri dell’animo umano.
In giovinezza, come Emilio Sereni, Leo Levi aveva studiato scienze agrarie: la feracità da Terra Promessa del paesaggio piemontese, fra Langhe e Monferrato, è il suo paesaggio mitologico, che fa continuamente da sfondo alle ultime sue riflessioni sul sionismo (mi riferisco, fra i tanti esempi che si potrebbero fare, al paragone fra “i terroni di Dayan”, gli arabi contadini, e i viaggiatori meridionali emigrati sul treno del Sole che attraversavano l’Italia del boom economico, in un articolo assai bello, per “L’Astrolabio” del 1970, anche questo opportunamente sottratto all’oblio).
Più tardi dopo aver lasciato gli studi di agraria era ritornato al mondo dell’umanesimo. Del Piemonte antifascista di Augusto Monti, del Liceo D’Azeglio e della Facoltà di Lettere resta traccia nell’impegno politico del secondo dopoguerra. Nel saggio introduttivo Marzano ci ricorda molti particolari biografici preziosi. Ad esempio ci ricorda che fra i tanti dinosauri presi a bersaglio vi fu anche il questore di Genova, nei giorni delle proteste antifasciste contro il congresso del MSI nel 1960: quel Giuseppe Lutri, già membro della polizia politica, le cui dinosauresche fattezze erano ben note a Leo Levi. Il Lutri aveva partecipato, come inquisitore, agli arresti di Torino del 1934 e Leo Levi non si lascia sfuggire l’occasione per sottolineare un episodio da manuale della continuità tra fascismo e post-fascismo (mi sembra un dato da rilevare, non menzionato, salvo errore, nelle storie del movimento di Giustizia e Libertà e del successivo Partito d’Azione che conosciamo).
Per non dire di un altro articolo che si rilegge con gusto e, anche, con divertimento: il burlesco ritratto del generale Ezio Garibaldi, dinosauro risorgimentale che nel 1963 era stato risuscitato dalla Società Dante Alighieri per andare a conferenziare, con enfasi filo-fascista, lungo le strade di Gerusalemme, pieno di boria e di spocchia; altro testimone vivente di come le tradizioni, quali che siano, possano sempre diventare uno strumento pericoloso se adoperate a scopo propagandistico. In questo volume, infine, deve far riflettere per l’originalità della prospettiva una curiosa pagina sul ’68 a Gerusalemme (e su una fino ad oggi sconosciuta fortuna sionista di Che Guevara).
Una volta l’anno, per Kippur, Leo Levi arrivava a Casale Monferrato per trarre di lì gli auspici di una impossibile rigenerazione, individuale e collettiva. I suoi passaggi erano regolarmente accompagnati dalle mille, stupide leggende connesse alla sua vita errabonda e scandalosa: leggende fatte circolare ad arte, non di rado dai nipotini dei brontosauri che Leo Levi aveva combattuto in gioventù.
Reca la data di Kippur 1972, e venne scritta a Casale Monferrato, l’appassionata lettera a Natalia Ginzburg con cui si chiude il nostro libro. Consiglio il lettore di affrontare questa antologia in senso inverso, come se fosse scritta in ebraico, ossia partendo da quest’ultimo, impetuoso pezzo di bravura.
Nemmeno i biografi di Natalia Ginzburg sapevano che Leo Levi era stato il suo precettore per il greco e il latino, ma non è questo che si dice nella lettera. Preme a Levi contestare la tesi superficiale della sua discepola d’un tempo, secondo cui senza la Shoah lo Stato d’Israele non sarebbe mai nato. Con orgoglio egli rivendica la sua parte di pioniere, l’invenzione dei campeggi in Valle d’Aosta negli anni Trenta, il primo glorioso suo viaggio come guida per i perplessi giovani ebrei italiani giunti per la prima volta a Gerusalemme del 1932.
Più che dai dinosauri in sé, Leo Levi era attratto dal metodo per umanizzarli. Una forma di “nobile eclettismo” (la via della sintesi) lo ha sempre portato a integrare le differenze, non a eliminarle. Questo sincretismo concreto fu inseguito per mezzo secolo con ammirabile coerenza. Passava per uomo irascibile, quando il fine della sua azione non era quello di deridere il dinosauro, ma quello di domarlo, servendosi di una “duttile dottrina” che ingloba i sistemi altrui.
Ci ha insegnato che per lottare contro i dinosauri la forza degli emarginati è più efficace della sicumera dei (finti) persuasi. Mi auguro che questo libro pieno di saggezza possa venire utile a molti che, non essendo ebrei, amerebbero civilizzare i dinosauri di casa propria. Chi semina bene non si preoccupa del vento.

Alberto Cavaglion